Negli ultimi due anni la ricerca ha guadagnato terreno su un tema che tocca direttamente la salute riproduttiva: la presenza di microplastiche nei tessuti coinvolti in gravidanza e fertilità. Il messaggio è duplice: le evidenze si stanno accumulando, ma servono ancora studi solidi per chiarire i nessi causa-effetto. Nel frattempo, ridurre l’esposizione ha senso — soprattutto sui punti di ingresso controllabili, come l’acqua.
Dove sono state trovate
Nel 2024, un team dell’Università del New Mexico ha quantificato microplastiche in tutte le 62 placente analizzate, con polietilene come polimero più frequente. La notizia ha avuto ampia copertura internazionale e mette in luce la diffusione sistemica di questi contaminanti nei tessuti umani.
Nel 2025, uno studio italiano ha riportato la prima evidenza di microplastiche nel fluido follicolare umano (coinvolto nella maturazione ovocitaria): particelle <10 μm sono state identificate in 14 donne su 18 in percorso di PMA. È un dato che apre interrogativi su funzione ovarica e fertilità, pur senza dimostrarne l’impatto clinico.
Esiti avversi
Al Pregnancy Meeting della Society for Maternal-Fetal Medicine (gennaio 2025), ricercatori hanno riportato concentrazioni più alte di micro/nanoplastiche nelle placente di nati pretermine rispetto ai nati a termine. Una associazione chiara, che non prova però la causalità e richiede studi prospettici con misure di esposizione individuale e outcome standardizzati.
Le revisioni sistematiche ricordano che molti meccanismi ipotizzati (infiammazione, stress ossidativo, interferenza endocrina) derivano da modelli in vitro/animali; le prove sull’uomo sono in via di consolidamento.
Prudenza, dunque!
Ti interessa l’argomento?
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Disclaimer
Questo articolo non è un parere medico. Se sei in gravidanza o la stai cercando, discuti le scelte di prevenzione con il tuo medico. La scienza sta evolvendo: i dati attuali giustificano prudenza, non allarmismo.